Presentata a Milano la guida Slow Wine 2027: 168 nuove cantine e la spinta dei giovani

La nuova edizione pubblicata da Slow Food Editore scatta una fotografia della viticoltura italiana tra criticità di settore e vivacità del Sud

Già in libreria e disponibile sullo store di Slow Food Editore, il volume è stato presentato a Milano durante il consueto approfondimento svolto nella mattinata con produttrici e produttori, a cui ha fatto seguito la grande degustazione con 450 aziende da tutta Italia e oltre 1.000 vini in mescita. Una pubblicazione molto attesa da tutto il comparto vitivinicolo e dagli appassionati per il periodo contrastante che il mondo del vino ha vissuto, tra difficoltà climatiche, calo dei consumi, eccessi di produzione e incremento dei costi.

A entrare nelle pieghe della guida è stato il curatore Giancarlo Gariglio: «Il dato che ci è interessato di più è stato il ricambio. Abbiamo avuto 168 ingressi a fronte di 132 uscite: quindi 36 cantine recensite in più, in un anno nel quale le difficoltà si sono fatte sentire. Tra questi ingressi ci sono stati progetti recenti e aziende con una storia più lunga, che i nostri collaboratori hanno portato all’attenzione della redazione. È stato il risultato delle visite: tornare ogni anno ha significato verificare, cercare e rimettere in discussione le scelte precedenti. Il Sud e la Sicilia in particolare, che sono cresciuti per numero di cantine recensite, hanno raccontato bene quanto ci sia stato ancora da scoprire. Al di là dell’assaggio, la guida ha offerto poi altre segnalazioni utili: i 250 Locali del Bere Slow, le informazioni sull’accoglienza in cantina, i 231 Best Buy. Abbiamo voluto che il lettore trovasse un vino, ma anche un luogo da visitare e una persona da conoscere». La riflessione di Gariglio, grazie al confronto dei collaboratori con i produttori durante le visite in cantina, si è spinta oltre: «La contraddizione è stata che abbiamo continuato a difendere la quantità mentre abbiamo rischiato di perdere valore. E quando un vigneto è stato abbandonato, è stato proprio quello di collina o di montagna: meno produttivo, più difficile da lavorare, ma importante per il paesaggio e per la vita di una comunità. Sono servite regole coerenti, uno schedario viticolo attendibile e controlli capaci di contrastare le pratiche che nascondono le eccedenze. La riduzione delle rese si è dovuta accompagnare alla tutela dei territori più fragili. Abbiamo dovuto riportare al centro anche l’agronomia. Per molte aziende, i danni economici più pesanti sono arrivati dal vigneto, prima ancora che dal mercato: gelate, grandinate, peronospora, scottature, siccità, piogge torrenziali. Si è potuta perdere una parte enorme del raccolto dopo aver già sostenuto quasi tutti i costi per produrlo. Per questo è stato necessario finanziare molto di più la ricerca, con investimenti continuativi, e fare in modo che i risultati arrivassero davvero ai vignaioli. Sono servite sperimentazione e assistenza agronomica per ripensare la gestione del suolo, dell’acqua e della pianta nelle condizioni che abbiamo vissuto. La ricerca che ha salvaguardato il suolo e la biodiversità e non è stata brevettabile è dovuta diventare una priorità delle politiche viticole. Dalla capacità di adattamento è dipesa la possibilità stessa, per molti produttori, di continuare a coltivare».

La presentazione di Slow Wine è stata anche un’opportunità preziosa per prendere in considerazione la complessità del vino, del mercato e di tutta la sua vasta filiera. È stata questa la prospettiva indicata anche da Federico Varazi, vicepresidente di Slow Food Italia, che ha guardato alla successiva edizione di Slow Wine Fair, programmata a BolognaFiere dal 21 al 23 febbraio 2027, come a un’occasione per affrontare le trasformazioni e le contraddizioni del settore: «La nuova edizione della Slow Wine Fair ha voluto guardare al mondo del vino nella sua complessità: il mercato, la ricerca di nuovi linguaggi, la professionalizzazione delle figure che animano la filiera, ma anche le sue tante contraddizioni. Dalla vinificazione illegale delle uve da tavola all’abbandono di territori vocati a favore di una viticoltura di pianura, dallo sfruttamento del lavoro fino alle difficoltà della ristorazione, tra mancanza di personale, perdita di motivazione e il rischio di standardizzare l’offerta. Tutto questo per capire cosa stia cambiando in questo settore e come governare le trasformazioni in atto. E la Slow Wine Fair è stata individuata come il luogo ideale per farlo. Un laboratorio aperto a produttori, distributori, ristoratori e appassionati, nel quale tracciare una rotta comune per il vino del futuro, nella visione di Slow Food. Quello che custodisce suoli e biodiversità, crea lavoro, produce bellezza, diffonde conoscenza, tiene vive le comunità e rimette al centro il legame tra chi produce e chi porta il vino sulle tavole. Perché siamo stati consapevoli, più che in qualsiasi altro momento storico, della necessità di prendere coscienza del “destino comune” di tutti gli attori del mondo del vino. L’unico modo per rispondere a questa crisi e costruire nuove prospettive per il settore».

A sottolinearne la centralità è stato anche Rossano Bozzi, direttore della Business Unit Heritage di BolognaFiere, che ha organizzato la manifestazione insieme a Slow Food, per cui l’obiettivo della Slow Wine Fair è stato mettere in relazione i diversi protagonisti della filiera, dai vignaioli ai professionisti dell’Horeca, fino ai consumatori. Accanto alla promozione del vino buono, pulito e giusto, la manifestazione ha puntato a rafforzare le relazioni commerciali e l’apertura ai mercati internazionali, offrendo ai produttori nuove occasioni per far conoscere il proprio lavoro e i propri vini nelle carte di ristoranti ed enoteche.

I Premi Speciali di Slow Wine 2027

Come ormai di consueto, durante la presentazione sono stati consegnati i 7 Premi Speciali di Slow Wine 2027.

Il Premio alla Carriera 2027, sostenuto da Winterhalter, è andato a Teobaldo Rivella (Piemonte) per la coerenza con cui ha attraversato oltre sessant’anni di vendemmie, restando fedele alla propria idea di viticoltura e, soprattutto, a se stesso. Qualcuno ha potuto pensare che si sia accontentato; la redazione ha creduto il contrario. È rimasto padrone delle proprie scelte e ha vissuto dignitosamente del mestiere che amava. Forse è stata questa la sua lezione più bella: la vita passa in un lampo, sta a noi riempirlo di gesti capaci di darle un senso.Teobaldo Rivella: «Devo dire che ho fatto più di sessanta vendemmie e il tempo è volato. Ho avuto la fortuna di seguire una passione che curavo fin da bambino. Quando ho potuto avere due ettari di terreno un sogno si è realizzato. In questi anni non mi sono ingrandito: è stata la dimensione che potevo gestire con l’aiuto di mia moglie. Ho visto tante mode passare, tanti modi di fare il vino. Io non so se ho fatto bene, ho sempre seguito le mie idee. Ho rinunciato alla chimica e ho continuato semplicemente a coltivare la terra e a fare il vino nel modo in cui credevo».

Il Premio alla Novità dell’anno, sostenuto da Bormioli Luigi, è andato a Nicola Siriaco (Puglia) per aver trasformato l’azienda agricola di famiglia in un progetto vitivinicolo nuovo e personale, facendo tesoro di quanto imparato lontano senza lasciarsi sedurre dall’imitazione. La Gariga ne è stata forse l’espressione più nitida: un negroamaro inatteso, agile e vibrante, lontano da interpretazioni muscolari, che ha cambiato prospettiva senza smarrire il legame con il luogo. Un vino che ha raccontato una Puglia contemporanea, capace di interrogare la propria tradizione e di trovare proprio nelle radici lo slancio per percorrere strade nuove.Nicola Siriaco: «Dall’esperienza in Borgogna non ho voluto copiare un metodo o un protocollo; ho preferito mettermi in ascolto, osservando come l’uva venisse letta e vinificata parcella per parcella. Questa filosofia mi ha affascinato profondamente. Una volta tornato a casa, ho iniziato ad applicarla alle nostre uve e ai nostri terreni, così generosi e severi allo stesso tempo, avviando una sperimentazione che ha guardato al passato con un occhio rivolto al futuro. Oggi si parla molto di cambiamento climatico, ma i nostri contadini ci hanno sempre insegnato a fare i conti con il caldo. Certo, queste stagioni sono state sempre più proibitive, ma la nostra forza è stata l’esperienza, che abbiamo rispettato e interpretato di annata in annata. Per questo ho voluto lanciare un appello ai mercati: questa terra ha potuto essere raccontata in modo nuovo. I nostri vini hanno meritato di salire sulle tavole dei consumatori e degli appassionati perché sono stati profondamente contemporanei, capaci di smarcarsi finalmente dal vecchio stereotipo di vini saturi, pesanti e difficili da bere. Infine, ci ho tenuto a sottolinearlo: il successo di un vino come la Gariga, che ha saputo catturare la vostra attenzione, non è stato un traguardo solitario. È stato il frutto del lavoro della mia famiglia, che ha creduto e continua a credere in me».

Il Premio per l’Accoglienza in cantina 2027, sostenuto da Reale Mutua, è andato a Ca’ Rugate (Veneto) per aver trasformato l’ospitalità in un esercizio di apertura: verso chi ha voluto conoscere il vino e la civiltà che lo ha generato, verso i più giovani e verso chi ha necessitato di modalità e tempi diversi per avvicinarsi alla terra. Museo, vigna, fattoria didattica e fattoria sociale sono diventati parti di uno stesso racconto, dimostrando che una cantina ha potuto essere insieme luogo di produzione, memoria e incontro. Una porta aperta sul vino, ma soprattutto sulla comunità e sul territorio che lo hanno reso possibile.Michele Tessari: «Questo riconoscimento ha sottolineato un impegno e un’attenzione che l’azienda ha avuto da sempre nei confronti dell’accoglienza. Siamo stati aperti 7 giorni su 7, quindi con un investimento importante anche dal punto di vista del personale, e ogni anno sono passate a Ca’ Rugate 24 mila persone. C’è stata una declinazione diversa dei concetti che abbiamo raccontato, tutti legati a una storia secolare di appartenenza al mondo del vino, a seconda che si sia visitato il museo del vino o la fattoria didattica o sociale. Siamo riusciti a contaminare più persone perché abbiamo avuto risorse umane preparate che hanno fatto didattica in vari contesti e quindi hanno saputo declinare concetti culturali, sociali e di formazione legati alla produzione del vino in maniera diversa. Nonostante tutti questi anni è rimasto intatto l’entusiasmo che abbiamo avuto nel fare questo mestiere. Avere visitatori con sensibilità differenti ha fatto capire quanto sia stato calamitante il mondo del vino e quanto sia stato bello e importante saperlo raccontare. Perché abbiamo creduto che fare vino fosse un’arte che dovesse essere raccontata da caleidoscopi diversi e non solo da quello prettamente enologico».

Il Premio al Giovane Vignaiolo 2027, sostenuto da Guala Closures, è andato a Nikolas Juretic (Friuli-Venezia Giulia) per la capacità di osservare prima di agire e ascoltare prima di decidere. Per una viticoltura fatta di conoscenza, sensibilità e attenzione quasi individuale alla vite, capace di tradursi in vini mai scontati e profondamente legati ai luoghi da cui sono proventi. E per aver affiancato al lavoro personale una visione collettiva, contribuendo con Senza Meja a riunire una nuova generazione di vignaioli friulani e sloveni. Vini e persone che hanno parlato, con voce nitida, un’affascinante lingua di confine.Nikolas Juretic: «Il lavoro con Simonit&Sirch mi ha portato a vedere molte vigne di tutti i tipi. La prima cosa che si è capita dopo un’esperienza simile è stata che non c’è stato solo un modo o non c’è stato il modo ideale per gestire una vigna, ma ne sono esistiti tantissimi. Questo sicuramente ha inspirato un po’ il mio approccio nella gestione delle vigne. La famosa retorica del vino che si fa in vigna non è stata del tutto completa: oggi abbiamo dovuto capire meglio il valore di tutti gli aspetti che hanno concorso a fare un buon vino. L’attenzione alla cura dei dettagli e questo lavoro un po’ sartoriale è andato fatto anche in cantina. Per questo motivo ho scelto quasi dall’inizio della mia esperienza da produttore di lavorare per singola vigna e di imbottigliare vini parcellari, perché in questo modo sono riuscito a esprimere e dare valore a quello che ho trovato nella vigna».

Il Premio Slow Wine Coalition alla Solidarietà 2027 è andato a Clarabella (Lombardia) per aver trasformato un principio in una pratica quotidiana e duratura, facendo dell’agricoltura uno spazio nel quale recuperare autonomia, fiducia e dignità. Per aver dimostrato che un’impresa ha potuto prendersi cura contemporaneamente della terra che coltiva e delle persone che la abitano, senza sacrificare la qualità alla propria funzione sociale. E per aver ricordato che un grande vino non ha raccontato soltanto un luogo: ha potuto raccontare anche il tipo di comunità che si è scelto di costruirvi intorno.Alessandro Mogavero, responsabile della cascina e della produzione: «Noi ci siamo occupati seriamente di reinserimenti lavorativi e abbiamo operato con persone con fragilità psichiatrica. Siamo stati l’ultimo anello di un percorso già intrapreso, o che la persona è stata intenzionata a intraprendere. Abbiamo cercato di dare una nuova occasione di riscatto e di inclusione: tornare a lavorare ha aiutato a cambiare la propria immagine percepita all’esterno. Le persone che abbiamo coinvolto sono state assunte dall’azienda, sono diventate colleghi, non abbiamo parlato di tirocini. Per noi questo riconoscimento ha dato nuova energia. E questo è stato importante, il nostro ambito di lavoro non è stato semplice. È stata quella piccola goccia di carburante importante per tutti noi della cantina che la mattina dopo ci ha fatto alzare 5 minuti prima dal letto con una voglia e una consapevolezza maggiore».

Il Premio per la Viticoltura Sostenibile 2027, sostenuto da Gruppo Saida, è andato a Thomas Niedermayr (Alto Adige) per aver saputo anticipare, con convinzione e lungimiranza, temi diventati imprescindibili; per aver trasformato i vitigni resistenti in una scelta agronomica ed ecologica, senza rinunciare all’ambizione di produrre grandi vini. Per l’attenzione dedicata alla fertilità del suolo e alla biodiversità, ma soprattutto per il coraggio di mettere in discussione ciò che sembrava immutabile.Marlene Ausserer, co-conduttrice della cantina Thomas Niedermayr: «La nostra scelta di estirpare viti vecchie e di fare del nostro maso un laboratorio sui PIWI, forse è stata dettata dal fatto che fossimo troppo pigri per fare i trattamenti. Diciamo che siamo stati da sempre convinti che seguendo i ritmi della natura si riuscisse a produrre qualità più alta. Solaris, bronner, souvignier gris e altre varietà resistenti ci hanno consentito di ridurre drasticamente la difesa fitosanitaria e i passaggi dei mezzi agricoli. Seguire l’evoluzione ha fatto parte della natura. Perciò fare prodotti di qualità per noi ha significato andare avanti, stare attenti agli stimoli della natura. Queste varietà ci hanno dato la possibilità di lavorare con molta biodiversità e portare in cantina uve sane, dalle quali si sono potuti produrre anche vini di alta qualità e di grande longevità. Erbe, fiori, alberi da frutto e animali hanno restituito alla vigna la complessità di un organismo agricolo vivo».

Il Premio per la Vitalità del Suolo 2027, sostenuto da eVISO, è andato ad Arianna Occhipinti (Sicilia) per aver trasformato la cura della terra in pratica agricola e impegno civile, difendendo non solo i propri vigneti, ma anche il territorio che li circonda, minacciato da rifiuti, plastica, roghi e abbandono. Perché non è potuta esistere una vigna sana in un territorio malato. E perché da Vittoria è arrivata una lezione che ha riguardato sempre più da vicino tutti: il suolo non è stato semplicemente il luogo in cui coltivare, ma una risorsa viva da cui è dipesa la possibilità stessa di continuare a farlo.Arianna Occhipinti: «Questa terra mi ha insegnato che ogni suolo ha avuto un suo equilibrio, e che coltivare ha significato prima di tutto imparare a conoscerlo, capire i suoi limiti e lavorare a partire da quelli. In Sicilia, a Vittoria, dove l’acqua è stata una risorsa preziosa e il clima ci ha messo sempre più alla prova, ho capito che non abbiamo potuto dominare la natura, ma che abbiamo dovuto ascoltarla, rispettarne i ritmi e assecondarne gli equilibri. Questo si sarebbe dovuto fare in tutto il mondo. Un suolo vivo, ricco di sostanza organica e biodiversità, ha trattenuto meglio l’acqua e ha aiutato le piante ad affrontare la siccità. È stato un lavoro lento, fatto di osservazione, pazienza e scelte quotidiane. La vitalità del suolo ha riguardato anche le persone che lo hanno abitato. Difendere le campagne dall’abbandono ha significato custodire un paesaggio, ma anche permettere che un mestiere continuasse a essere tramandato e imparato. Coltivare non è stato soltanto lavorare, ma imparare a conoscere un luogo e a prendersene cura nel tempo. A chi ha affrontato un clima sempre più difficile direi di ripartire da ciò che ha sotto i piedi: conoscere il proprio suolo, rispettarlo e dargli il tempo di rigenerarsi. Il futuro dell’agricoltura è dipeso anche da come abbiamo saputo custodire l’acqua e mantenere viva la terra che la accoglie. Ricevere questo premio da Slow Wine è stato per me importante perché ha riconosciuto un impegno quotidiano che è andato oltre il raccolto di una singola annata. Prendersi cura del suolo ha significato assumersi una responsabilità verso il futuro».

Durante la presentazione è stato illustrato il progetto realizzato in collaborazione con CNH, dedicato ai trattori di nuova generazione: meno energivori, con un inferiore impatto sul compattamento del suolo e dotati di tecnologie avanzate per aumentare la sicurezza dei trattoristi.

Dopo i premi speciali, il momento più atteso dal pubblico e dagli stessi produttori è stata la grande degustazione che ha animato il pomeriggio della presentazione della guida, che quest’anno ha visto ai banchi di assaggio 450 produttori e oltre 1.000 vini. A rendere possibile la degustazione è stato l’aiuto dei sommelier della FISAR, che da dodici anni hanno collaborato alla realizzazione di Slow Wine e hanno adottato la guida come testo didattico per tutti i corsisti.

I numeri di Slow Wine 2027

  • 7.809 vini recensiti
  • 2.059 schede delle cantine
  • 1.204 cantine in agricoltura biologica/biodinamica certificata o in conversione
  • 3.005 vini in bottiglia dal peso inferiore o uguale a 450 grammi
  • 168 nuove cantine in guida
  • 247 Chiocciole (cantine buone, pulite e giuste)
  • 173 Bottiglie (cantine i cui vini esprimono un’eccellente qualità organolettica)
  • 56 Monete (cantine i cui vini hanno un ottimo rapporto qualità-prezzo)
  • 779 Top Wine (di cui 267 premiati per l’eccellenza del profilo organolettico e 512 Vini Slow)
  • 231 Best Buy (selezione di Top Wine con prezzo vantaggioso)
  • 250 locali del Bere Slow
  • 466 cantine che offrono ospitalità
  • 272 cantine che offrono ristoro
  • 1.031 cantine che offrono lo sconto del 10% sull’acquisto dei vini
  • 253 collaboratori/degustatori rappresentanti tutte le regioni d’Italia

La presentazione della guida Slow Wine 2027 è stata realizzata grazie al sostegno di numerose aziende che con Slow Food hanno condiviso valori e visione. Official partner sono stati eVISO, Gruppo Saida, Guala Closures, Reale Mutua e Winterhalter. L’evento ha visto anche la collaborazione di Bormioli Luigi, Eventi di Cartone, Pulltex, Acqua S. Bernardo, Amorim Cork Italia, FISAR e Istituto Professionale Statale Colombatto.